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Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/163

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CAPO VII. 103

Manca la storia etrusca dettata grecamente in venti libri dall’imperatore Claudio[1], che, ancor priva di eloquenza, non poteva non contenere importantissimi documenti, cavati soprattutto dai pubblici archivj o dai volumi sacerdotali, aperti a ogni ricerca del principe dilettante. E ne sien verissima testimonianza le narrazioni medesime di libri etruschi toccate da Claudio nella sua orazione al senato, cognita, per le tavole di Lione[2]. Non curiamo di Sostrato, scrittore poco valente de’ fatti dei Tirreni[3]: ma irreparabil perdita sono que’ libri testè mentovati di Dionisio, in cui narrava partitamente quali città abitarono, gli Etruschi qual fosse il modo del loro vivere e del governo; quali le belle azioni e la potenza. Così per taluni frammenti di Dione Cassio[4] si conosce, che desso pure trattava, con grave giudizio e con moderazione delle cose pubbliche degli Etruschi, che nè Aristotile e un Teofrasto, per tacer d’altri, stimarono, degne delle meditazioni dei savi. Ma dappoichè perirono senza rimedio questi importanti sussidj per una storia intera e continovata degli Etruschi, narreremo almeno quei fatti principali, che nè forza di tempo,

  1. ↑ Τυῤῥηνικῶν: Svet. Claud. 42. Della erudizione di Claudio, alunno di Tito Livio, danno plausibil giudizio Svetonio loc. cit. c. 41.42.; Dione Cassio, In Excerpt. Vat. pag. 554, e Giovanni D’Antiochia, excerpt. ap. Vales. p. 805.
  2. ↑ Gruter. p. dii.
  3. ↑ Plutarch. Parallel. 56.
  4. ↑ Excerpt. 2. in coll. Vat. T. ii., pag. 136.