o locali, molto contribuirono i progressi dell’arti del disegno, col presentare all’adoramento numi visibili in su l’altare, e troppi altri materiali oggetti di culto: nè questi non più formati in legno o in terra cotta, che pur erano nell’età prisca il solo e unico adornamento dei tempj[1]; ma effigiati in marmo, in bronzo e in preziosi metalli, sotto tali sembianze, che potessero più vivamente percuotere i sensi degli adoratori; ciò di poco altro s’appagava l’idolatria, non chiedente mai al suo divoto nessun sentimento di cuore. Sì che l’innumerabile quantità d’idoletti domestici, che sotto mille e mille forme sonosi ritrovati in ogni tempo qua nell’Etruria centrale, e si veggono sparsi per tutta Europa, meglio che ogni altro fatto confermano quanto a ragione Arnobio la chiamasse genitrice e madre di superstizione[2]. Dalla sola città di Bolsena tolsero i Romani due mila simulacri[3]. E se Roma inondata d’immagini di fattura toscanica[4], contava, al dir di Varrone, trentamila dei, chi può dire quanti ne avesse l’Etruria intera di tanto più invecchiata e tenace in ogni maniera di religioni?
- ↑ Cato ap. Liv. xxxiv. 4.; Plin. xii. 1., xxxiv. 7.; Juvenal. xi. 15.
Rebus Latiis aurem praestare solebat
Fictilis, et nullo violatur Jupiter auro.
- ↑ vii. p. 232.
- ↑ Plin. xxxiv. 7.
- ↑ Ingenia tuscorum fingendis simulacris Urbem inundaverat. Tertull. Apolog. 25.