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166 CAPO XXII.


In Sabina meno che altrove cangiarono i costumi religiosi, da che quel popolo, giustamente rinomato per le sue osservanze, si mostrava ancor dopo il secolo d’Angusto ben allevato nelle prische virtù. Lo stessa può accertarsi dei Sanniti e Lucani1, se non pure di tutta insieme la montanesca razza sabella. Ma in Pompeja già troviamo introdotto il culto d’Iside2: e non era la sola citta di Campania che vi coltivasse allo scoperto deità egiziane3. Altra specie di religioni insolite che rapidamente si sparsero per Italia, non che dentro Roma, fino dal quinto e sesto secolo. Ivi stesso venuti oltremodo a grado della moltitudine quei culti isiaci celebrali secondo i riti egizj, del tutto dissimili a’ nostrali per inusitate e strane cerimonie, quei culti dico si radicarono con sì tenace proponimento negli animi de’ superstiziosi, che invano il senato più volte per mano de’ consoli fece prova di sterparli a forza dalla città4. Del pari nei municipj

  1. Vedi le tavole di Banzia; e Tom. i. p. 284. 304.
  2. Vedi tav. cxx. 3. 4.
  3. In Cuma è manifesto: molti capi di superstizioni egizie vi furono trovati nel 1819 entro il sepolcro d’una femmina; tutti lavori di bassa antichità. Vedi Monumenti inediti, tav. 3. Napoli 1820. Altri segnali certi di riti egizj porgono alcune pitture di Stabia.
  4. An. 354: e di nuovo nel 696. Varro ap. Tertullian. ad Nat. 1. 10., in Apolog. 6.; Valer. Max. 1, 3. 3. Ciò non ostante la docilità de’ superstiziosi rinnovava per vini il culto vietato non pure privatamente, ma in pubblico altresì: onde fu d’uopo venire a nuove risoluzioni de’ consoli nel 701. 704. 706: tempi in-