Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/182

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
176 CAPO XXIII.

riputato ugualmente un’epoca di lieta ristaurazioue e d’abbondanza. In ogni modo però la scienza positiva veramente si conciliava anche in qnesto colle mistiche speculazioni dei teologanti1.

Il più forte vincolo che possano avere insieme religione e morale, si è per certo l’idea d’uno stato futuro di premio o di pena. A questo domma fondamentale si riferivano le dottrine etrusche contemplate ne’ libri acherontici2: sacro testo il quale conteneva non tanto la liturgia funebre, quanto i fati dell’anima, il suo mistico viaggio per le dimore tenebrose, e ogni altro conforto alla vita e allo stato di quella dopo morte. Questi giudizi degl’inferni, necessariamente collegati con la credenza universale della immortalità dell’anima, erano talmente presenti al pensiero, che per tutto il corso di questa vita terrena non cessavano d’occupare la mente de’ mortali. Ed in qual modo i savi accordassero la filosofia teologica e psicologica colla favola circa uno stato futuro, si conosce apertamente per moltissimi monumenti sepolcrali etruschi di tutte l’età, e sempre allusivi a questa credenza stessa di premi e di castighi eterni. In

  1. Mabsham, Can. chron. Ægypt. p. 309.; Larcher, Mem. sur le Phoenix ec. Hist. et Mém. de l’Institut. T. i. p. 270-287: e più diffusamente nella seconda parte. Ma dice bene quest’ultimo; l’anno magno come l’intendevano i teologi egizj, etruschi ec. non ha mai avuto luogo, né l’avrà se non forse alla consumazione dei secoli.
  2. Sacra Acherontia. Serv. viii. 398.; Arnob. ii. p. 87.