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CAPO XXIII. 193

incolto saturnio, specie d’iambico irregolare, senz’altro legge che un certo numero sonoro adattato al canto1. Questa prima maniera di verseggiare, o ritmica poesia, inspirata dall’entusiasmo della passione, e invigorita da forti e ardite figure, si conservava lungo tempo ne’ carrai divoti, e ne’ rustici e guerrieri2; se bene l’arte, ordinando quei vaganti numeri con armonico metro, desse norma a più maestrevole poesia. Il canto alterno fescennino, così detto da Fescennia etrusca città3, avea modi e concetti festevoli, quanto liberi4. Propizie deità agl’itali vati erano le ninfe Camene5, molto prima che la moda del grecismo l’avesse trasformate nelle muse, figlie di Giove e di Mnemosine. Esse soltanto inspiravano nella prisca età quelle laudi o canzoni colle quali s’esaltava la bontà degli dei, s’eccitava il coraggio de’ valenti colla menzione de’ prodi, e si perpetuavano i gloriosi fatti della patria. Catone nelle Origini, rapportando il costume antico fattosi romano, dava contezza di quei carmi,

  1. Hermann, Elem. doctr. metr. p. 395.
  2. Versi saturnj erano quelli de’ carmi Arvalici e de’Salj; le iscrizioni de’ monumenti trionfali; degli epitaffi ec. Ascon. comm. ined. in orat. pro Ardua p. 62. ed. Maio. cf. Marini, Frat. Arvali, p. 37.
  3. Serv. vii. 695.
  4. Horat. ii. ep. i. 139 sqq. et vet. interp. ad h. l.; Liv. vii. 2.
  5. Olim Casmmae: musae, quod canunt antiquorum laudes. Fest. s. v.