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| 210 | CAPO XXIV. |
e distinti, e tutti ugualmente acconci[1]; però non sapremmo dire se le case de’ maggiori cittadini avessero tutte a un modo cortili[2] e portici[3], di che ebbero lode d’inventori gli architetti d’Adria. In Tuscolo bensì le case de’ privati vi compariscono piccole e semplici: ogni altro edifizio di costruzione soda, anzichè bella: nè certo queste città latine, o de’ Volsci, o del Sannio, dove si mirava solo all’utilità del comune, potevano avere l’aspetto vago e le ornate fabbriche d’una Pompeja, laddove la civiltà greca e romana avevano da lungo tempo introdotto gli usi ed i costumi d’una vita delicata.
Per tutta Italia i giuochi e gli spettacoli pubblici, espressione de’ costumi nazionali, vi furono istituiti come atti solenni di religione. Ma più che altrove in Etruria[4], dove maggiormente tendevasi ad esaltare il culto divino mediante ufficj graditi, v’erano celebrati con grande splendidezza di pompa. I giuochi del Circo, maggiori di tutti, facevano essi stessi parte delle feste religiose[5]: vi si portavano con pomposa mostra le immagini divine riccamente abbigliate, e v’avean luogo in onore di quelle ludi principali. Tarquinio il vecchio introdusse bene avvedutamente questi medesimi giuochi circensi annuali