Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/98

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92 CAPO XXI.

arti, che distribuiva i cittadini con debiti riguardi per professioni e mestieri, la quale fu introdotta in Roma ha dovuto essere un antiquato costume dei Sabini, se non ancora d’altri italici, ugualmente indefessi nelle fatiche, e pazientissimi sempre dei legittimi comandamenti de’ magistrali. Col proceder del tempo lo stato morale e civile de’ nostri popoli cangiò nondimeno ogni dove, per dar luogo a maniere e fogge di vita più accomodate al bisogno delle generazioni seguenti: perciocché altri secoli portaron seco nuove idee, nuove voglie, e nuove leggi ed usanze. Così, per lo spettacolo d’una vita lussureggiante sontuosa e molle, quale vivevano gli Etruschi già tralignati totalmente dalla loro virtuosa stirpe, taluni storici dell’antichità esagerarono fino all’eccesso la licenza tirrena come fece di sicuro il mordace Teopompo1, dando ad intendere, per certo suo disonesto talento di mal dire, che la legge tollerante presso loro sfacciate lussurie metteva le femmine a comune: accusa per se stessa iniqua, ingiuriosa, assurda, e solennemente smentita dalle numerose iscrizioni funerali, in cui si fa espressa menzione del padre e della madre, e si riscontra per molle generazioni la successione certa delle famiglie. Non fu più cauto Timeo2 attribuendo alla nazione intera certa vita intemperante, che poteva esser vizio di privati: e la narrativa stessa che fa Posidonio3 di

  1. Ap. Athen. xii. 3.
  2. Ap. Athen. l. c. et Diodor. frag. viii. p. 33.
  3. Ap. Diodor. v. 40, et Athen. iv. 12.