Pagina:Storia dei Mille.djvu/35

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Garibaldi e Cavour 21

minciava il periodo in cui le cose più vere ebbero l’aria di fantasie.

In quella villa il Generale si stabilì, e vi chiamò i suoi.

Per andare in Sicilia occorrevano armi, ed egli senz’altro mandò in Milano a prenderne di quelle già comprate col fondo del milione di fucili, fatto raccogliere da lui per sottoscrizione nazionale. Senonchè là, Massimo d’Azeglio, governatore, non solo rifiutò di concedere che se ne portasse via una parte, ma le fece mettere tutte sotto sequestro. Scrisse poi d’aver temuto che quelle armi finissero in tutte altre mani che quelle di Garibaldi, certo temeva di Mazzini, ma in quel momento l’atto suo diede grandemente da sospettare che il Governo fosse avverso a ogni impresa garibaldina.

Veramente il Conte di Cavour desiderava proprio più che mai che la spedizione non si facesse. Temeva che Garibaldi, una volta mosso si lasciasse trasportare dal suo vecchio pensiero di Roma, e invece che in Sicilia andasse a sbarcare su qualche parte della costa pontificia, senza riguardo al pericolo di tirar addosso a sè e al Regno una guerra dalla Francia. Sperava, anzi, che ogni cosa sfumasse. Il 24 aprile mandò apposta il colonnello Frapolli da Garibaldi, per indurlo ad abbandonare ogni disegno; e il Frapolli, amico del Generale, gli parlò delle difficoltà che si opponevano a una discesa nell’isola o nel continente. Gli ricordò persino le tragedie di Murat, dei Bandiera, di Pisacane. Non si sa che viso facesse il Generale a tali moniti del Frapolli, ma certo è che questi tornò a Torino da Cavour, persuaso che Garibaldi non partirebbe. E, in verità, il Generale era già inclinato a