Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/208

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dalla mitologia tutte le forme demoniache, Minos, Caronte, Cerbero, Pluto, Gerione, le Arpie, le Furie, e le trasporta nel suo inferno: le trova vuote e libere, spogliate di concetto, di vita e di religione, e le ricrea, le battezza; impressovi sopra il suo pensiero e la sua religione. Il demonio meno lontano dall’uomo è Caronte, in cui vien fuori l’apparenza di un carattere: impaziente, rissoso, manesco, che grida e batte. Il poeta si è ben guardato di sviluppare il comico che è in questo carattere: la figura di Caronte rimane severa e grave, e non fa dissonanza con la solennità della natura infernale, dove si trova collocata. Minos è il giudizio rappresentato in modo affatto esteriore e plastico, e rapido come saetta:

Dicono e odono e poi son giù volte.

Le altre figure sono schizzi, appena disegnati; ingegnoso è il ritratto di Gerione, che ha ispirato una delle più belle ottave dell’Ariosto.

Noi concepiamo oramai la costruzione de’ singoli canti. Il poeta comincia col porci innanzi la natura del luogo e la qualità della pena; il demonio ora precede, ora vien subito dopo, poi vedi peccatori presi insieme e misti, non ancora l’individuo, ma l’uomo collettivo, gruppi di mezzo a’ quali spesso si stacca l’individuo e tira la tua attenzione.

I gruppi sono l’espressione generale del sentimento che riempie i peccatori nella società infernale; sono la parentela del delitto, dove trovi nello stesso lago di sangue i tiranni Ezzelino e Attila e gli assassini di strada Rinier da Corneto e Rinier Pazzo.

Come nella natura e nel demonio, così ne’ gruppi l’aspetto è dapprima severo e tragico. Essi esprimono il sublime dello spirito, la disperazione. L’uomo ha bisogno di avere innanzi a sè qualche cosa a cui tenda; al pensiero succede pensiero; il cuore vive quando da sentimento germoglia sentimento; l’uomo vive quando è in