Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/211

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 201 ―

All’annunzio della morte del figlio, Cavalcanti

Supin ricadde e più non parve fuori.

Brunetto raccomanda il suo Tesoro, nel quale si sente vivere ancora. Capaneo può dire: qual io fui vivo, tal son morto. E Francesca ricorda il tempo felice nella miseria. L’inferno è il loro piedistallo, sul quale si ergono col petto e con la fronte, affermando la loro umanità. Nascono situazioni e forme novissime che dànno rilievo alle figure e a’ sentimenti.

Questo mondo tragico dove l’impeto della passione e la violenza del carattere mette in gioco tutte le forze della vita, ha la sua perfetta espressione in questi grandi individui rimasti così vivi e giovani e popolari, come Achille ed Ettore. È il mondo della grande poesia, della epopea e della tragedia. E ora quale contrasto! Lasciamo appena le falde dilatate di foco e la rena che s’infiamma come esca sotto fucile, e ci troviamo in una pozzanghera che fa zuffa con gli occhi e col naso. Lasciamo i tragici demonii dell’antichità, i centauri e le arpie, e incontriamo diavoli con le corna e armati di frusta, e vilissimi uomini che alle prime percosse scappano senza aspettar le seconde nè le terze. In luogo di Capaneo con la fronte levata, il primo che vediamo ha gli occhi bassi, vergognoso di mostrarsi: e Dante, così riverente e pietoso sinora e anche sdegnoso, diviene maligno e sarcastico e compone per la prima volta il labbro ad un sorriso sardonico. Chiama salse pungenti quel letamajo, che dagli uman privati parea mosso. Un altro lo sgrida: Perchè sei tu sì ingordo di riguardar più me che gli altri brutti? E Dante che lo vede col capo lordo, tanto che non parea s’era laico o cherco, gli ricorda crudelmente di averlo veduto in terra co’ capelli asciutti. E quegli esprime il suo dolore, battendosi la zucca. Tutto è mutato, natura, demonio e uomo, immagini e stile. Ca-