Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/214

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la più profonda concezione di Malebolge è questa trasformazione dell’uomo in bestia, e della bestia in uomo: hanno l’appetito e l’istinto della bestia, hanno la coscienza dell’uomo. Si sanno uomini e sono bestie; e qui è la pena, nella coscienza umana che loro è rimasta.

La forma estetica di questo mondo è la commedia, rappresentazione de’ difetti e de’ vizii. Fra tanta fiacchezza della personalità il grande uomo, l’individuo, è gittato nell’ombra, e vien su il descrittivo, l’esteriorità. Nell’inferno tragico le descrizioni sono sobrie e rapide, l’interesse principale è negli attori che prendono la parola; qui è un gregge muto visto da lontano; Virgilio dice a Dante: Vedi la Mirra, vedi Giasone, vedi Manto. Appena è se qualche epiteto ti segna in fronte alcuno dei più grandi personaggi, come si fa di Giasone:

E per dolor non par lacrima spanda.

Prima dite: il canto di Francesca, di Farinata, di Ser Brunetto Latini; ora dite: il canto dei ladri, de’ falsarii, dei truffatori: vi sono gruppi, non individui; vi è il descrittivo, manca il drammatico. Manca la grandezza negli attori, e manca la pietà negli spettatori. La figura umana così torta, che il pianto degli occhi bagnava le natiche, cava a Dante lacrime; l’homo sum si sente colpito in lui; ma Virgilio lo sgrida:

Ancor sei tu degli altri sciocchi?
Qui vive la pietà, quand’è ben morta.

Abbonda il descrittivo; l’immaginazione di Dante è così robusta, che avendo a fare con oggetti così fuori della natura, non che sentirsi impacciata, pare che scherzi: con tanta facilità e spontaneità esprime le più varie e strane attitudini: la fiamma parla come lingua d’uomo; le zanche piangono e fremono. Il più grande sforzo della