Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/216

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Se la logica ghibellina pone in inferno l’autore dell’agguato contro Troja, radice dell’impero sacro romano, la poesia alza una statua a questo precursore di Colombo, che indica col braccio nuovi mari e nuovi mondi, e dice a’ compagni:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Ulisse è il grand’uomo solitario di Malebolge. È una piramide piantata in mezzo al fango. Il comico penetra da tutt’i lati, traendosi appresso il lordo, l’osceno, il disgustoso: lo spirito, divenuto malizia, è qui decaduto, degradato; e con lui si oscura la nobile faccia umana. Ulisse stesso per la sua malizia ha la sua figura coperta e fasciata dalle fiamme. Siamo in un mondo comico.

La regina delle forme comiche è la caricatura, il difetto colto come immagine e idealizzato. Al che si richiede che il personaggio operi ingenuamente e brutalmente, come non avesse coscienza del suo difetto, a quel modo che si vede in Sancio Panza e in don Abbondio, eccellenti caratteri comici. I dannati di Malebolge sono così fatti: essi sono cinici e perciò ridicoli, come i diavoli nel canto XXII, rissosi, abbietti, vanitosi, bassamente feroci ne’ loro atti. Così sono i ladri, i truffatori, i barattieri, plebe in cui il vizio è così connaturato che non se ne accorge più. Tale è Nicolò III vano del suo papale ammanto, che crede Dante venuto nell’inferno apposta per veder lui. Tali sono pure Sinone e maestro Adamo. Essi si mostrano nella loro naturalezza, e possono essere rappresentati nella forma diretta e immediata, isolando il difetto dagli accessorii e idealizzandolo, divenuto un contro-modello, l’immagine opposta a quel tipo, a quel modello di perfezione che ciascuno ha in mente: qui è la caricatura. Le concezioni di Dante sono di un comico ple-