Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/220

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Forse
Tu non sapevi ch’io loico fossi!

Il brutto come il bello muore nel sublime. E il brutto è sublime quando offende il nostro senso morale ed estetico e ci gitta in violenta reazione. Scoppia la collera, l’indignazione, l’orrore: il comico è immediatamente soffocato. Quando veggo un difetto rivelarsi all’improvviso, uso la caricatura. Quando veggo un difetto che cerca mascherarsi, prendo la maschera anch’io e uso l’ironia. Ma quando quel difetto mi offende, mi sfida, mi provoca, si mette dirimpetto a me come contraddizione al mio intimo senso, la mia coscienza così audacemente negata e contraddetta reagisce: io strappo al vizio la maschera e lo mostro qual è, nella sua laida nudità. La caricatura e l’ironia si risolvono in una forma superiore, il sarcasmo, la porta per la quale volgiamo le spalle al comico e rientriamo nella grande poesia.

Nel sarcasmo caricatura e ironia riappariscono, ma per morire; nasce la caricatura, ed è guastata; spunta la maschera ed è strappata. E la morte viene da questo che nella forma sarcastica del brutto ci è l’idea che l’uccide, il suo contrario. Nel canto de’ simoniaci il sarcasmo fa la sua splendida apparizione. Il comico muore sotto l’ira di Dante. L’antitesi tra quello che è di fuori e quello che è nella sua anima scoppia in ravvicinamenti innaturali, come calcando i buoni e sollevando i pravi, Dio d’oro e d’argento; e spesso in parole a doppio contenuto, che è la immagine del sarcasmo. Tale è la parola rimasa proverbiale, con che è qualificata la servilità della Chiesa. Parimente chiama adulterio la simonia, e idolatria l’avarizia, parole, nelle quali entrano come elementi la santità del matrimonio e il vero Dio; in una sola immagine c’è il brutto e ci è l’idea che lo condanna.

Ma il sarcasmo dee purificare e consumare sè stesso.