Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/245

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 235 ―

fonda e rappresentata con rara evidenza d’immagine. Instando Beatrice:dì, dì, se questo è vero, tra confusione e vergogna, esitando e incalzato gli esce un tale dalla bocca, che si poteva vedere, ma non udire:

Al quale intender fur mestier le viste.

I sentimenti dell’animo scoppiano con tanta ingenuità e naturalezza, che rasentano il grottesco; quando Beatrice dice: Alza la barba, il nostro dottore con linguaggio della scuola riflette:

E quando per la barba il viso chiese,
Ben conobbi il velen dell’argomento.

Il berretto dottorale spunta tutto ad un tratto sul capo di Dante fra le lagrime e i sospiri, e dà a questa magnifica storia del cuore un colorito locale.

Queste gradazioni corrispondono alle parole di Beatrice. Qui non ci è dialogo: è lei che parla: le risposte di Dante sono le sue emozioni. Pure non ci è monotonia, nè declamazione; tutto esce da una situazione vera e finamente analizzata. Regalmente proterva, la sua severità è raddolcita poi dal canto degli Angioli. Beatrice non parla più a Dante; parla agli Angioli e narra loro la storia di Dante. La situazione diviene meno appassionata, ma più elevata; mai la poesia non si era alzata a un linguaggio sì nobile; lo spiritualismo cristiano trovava la sua musa:

Quando di carne a spirto era salita,
E bellezza e virtù cresciuta m’era,
Fui io a lui men cara e men gradita
E torse i passi suoi per via non vera,
Immagini di ben seguendo false,
Che nulla promission rendono intera.

Poi si volta a Dante, e il discorso diviene personale,