Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/250

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la sua Gerusalemme celeste Frate Giacomino da Verona nel secolo decimoterzo.

Questo di là, intraveduto nelle estasi, ne’ sogni nelle visioni, nelle allegorie del Purgatorio, eccolo qui nella sua sostanza, è il Paradiso. Il quale intraveduto nella vita ha una forma, e può essere arte; ma non si concepisce come veduto ora nella sua purezza, come regno dello spirito, possa avere una rappresentazione. Il paradiso può essere un canto lirico, che contenga non la descrizione di cosa che è al di sopra della forma, ma la vaga aspirazione dell’anima a «non so che divino», ed anche allora l’obbietto del desiderio, pur rimanendo un incognito indistinto, riceve la sua bellezza da immagini terrene, come nell'Aspirazione e nel Pellegrino di Schiller, e in questi bei versi del purgatorio, imitati dal Tasso:

Chiamavi il cielo e intorno vi si gira,
Mostrandovi le sue bellezze eterne.

Per render artistico il Paradiso, Dante ha immaginato un paradiso umano, accessibile al senso e all’immaginazione. In paradiso non c’è canto, e non luce e non riso, ma essendo Dante spettatore terreno del paradiso, lo vede sotto forme terrene:

Per questo la scrittura condescende
   A vostra facultade, e mani e piedi
   Attribuisce a Dio e altro intende.

Così Dante ha potuto conciliare la teologia e l’arte. Il paradiso teologico è spirito, fuori del senso e dell’immaginazione, e dell’intelletto; Dante gli dà parvenza umana e lo rende sensibile ed intelligibile. Le anime ridono, cantano, ragionano come uomini. Questo rende il paradiso accessibile all’arte.

Siamo all’ultima dissoluzione della forma. Corpulenta e materiale nell’inferno, pittorica e fantastica nel pur-