Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/266

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Per sua bontate il suo raggiare aduna
Quasi specchiato in nuove sussistenze,
Eternalmente rimanendosi una.

Queste tre terzine sono una maraviglia di chiarezza e di energia in dir cosa difficilissima. Nè minor potenza di intuizione trovi nella fine quando paragonando l’ideale alla cera del sugello, aggiunge:

Ma la Natura la dà sempre scema,
Similemente operando all’artista,
Che ha l’abito dell’arte e man che trema.

Ed anche la mano di Dante trema, chè fra tante bellezze ci è non poca scoria. Non di rado vedi non il poeta, ma il dottore che esce dall’università di Parigi pieno il capo di tesi e di sillogismi. Molte quistioni sono troppo speciali, altre sono infarcite di barbarie scolastica definizioni, distinzioni, citazioni, argomentazioni. E questo è non per difetto di virtù poetica, ma per falso giudizio. A lui pare che questo lusso di scienza sia la cima della poesia, e se ne vanta, e si beffa di quelli che lo hanno sin qui seguito in piccola barca. Tornate indietro, egli dice; chè il mio libro è per soli quei pochi che possono gustare il pan degli Angioli: e sono i Filosofi e i dottori suoi pari. Perciò il paradiso è poco letto e poco gustato. Stanca soprattutto la sua monotonia, che par quasi una serie di dimande e di risposte fra maestro e discente.

La visione intellettuale è la beatitudine. L’esposizione della scienza riesce in cantici e inni, le ultime parole del veggente si confondono con gli osanna del cielo;

Finito questo, l’alta corte santa
Risuonò per le spere: Un Dio lodiamo,
Nella melode che lassù si canta.
Siccome io tacqui, un dolcissimo canto
Risonò per lo cielo, e la mia donna
Dicea con gli altri; Santo, Santo, Santo.