Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/267

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Così è sciolto questo mistero dell’anima. Adombrato ne’ simboli e allegorie del purgatorio, qui il mistero è svelato, e la divina commedia dell’anima, il suo indiarsi nell’eterna letizia. La forza che tira Dante a Dio, sì che sale come rivo «se di alto monte scende giuso ad imo» è l’amore, è Beatrice, che all’alto volo gli veste le piume. Beatrice è in sè il compendio del paradiso, lo specchio dove quello si riflette ne’ suoi mutamenti. Puoi dipingerla, quando prega Virgilio, o quando realmente proterva rimprovera l’amante; ma qui è spiritualizzata tanto, che è indarno opera di pennello. La stessa parola non è possente di descrivere quel riso e quella bellezza trasmutabile, se non ne’ suoi effetti su Dante e su’ Celesti. Ecco uno de’ più bei luoghi:

Quivi la donna mia vid’io sì lieta,
Come nel lume di quel ciel si mise,
Che più lucente se ne fe’ il pianeta;
E se la stella si cambiò e rise,
Qual mi fec’io, che pur di mia natura
Trasmutabile son per tutte guise!
Come in peschiera che è tranquilla e pura
Traggono i pesci a ciò che vien di fuori,
Per modo che lo stimin lor pastura;
Sì vid’io ben più di mille splendori
Trarsi ver noi, ed in ciascun s’udia:
Ecco chi crescerà li nostri ardori.

Spiritualizzato il corpo, spiritualizzata l’anima. L’amore è purificato: nulla resta più di sensuale. Dante che nel purgatorio sentì il tremore dell’antica fiamma, qui ode Beatrice con un sentimento assai vicino alla riverenza. Quando ella si allontana, ei non manda un lamento: ogni parte terrestre è in lui arsa e consumata. Le sue parole sono affettuose; ma è affetto di riverente gratitudine, siccome nel piccolo cenno che gli fa Beatrice, l’amore dell’uomo come ombra si dilegua nell’amore di Dio, ella lo ama in Dio:

 De Sanctis ― Lett. Ital. Vol. I 17