Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/272

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tutto è cose, cose intere nella loro vivente unità, non decomposte dalla riflessione e dall’analisi. Per dirla con Dante, il suo mondo è un volume non squadernato. È un mondo pensoso, ritirato in sè, poco comunicativo, come fronte annuvolata da pensiero in travaglio. In quelle profondità scavano i secoli, e vi trovano sempre nuove ispirazioni e nuovi pensieri. Là vive involto ancora e nodoso e pregno di misteri quel mondo, che sottoposto all’analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura moderna.

VIII.


IL CANZONIERE.


Dante morì nel 1321. La sua commedia riempie di sè tutto il secolo. I contemporanei la chiamarono Divina, quasi la parola sacra, il libro dell’altra vita, o come diceano, il libro dell’anima. Un tal Trombetta, quattrocentista, la mette fra le opere sacre e i libri dell’anima da studiarsi in quaresima, come le vite de’ Santi Padri, la vita di san Girolamo. Il popolo cantava i suoi versi anche in contado, e pigliava alla semplice la sua fantasia. I dotti ammiravano la scienza sotto il velo delle favole, quantunque alcuni austeri, come Cecco d’Ascoli, quel velo non ce l’avrebbero voluto. E Fazio degli Uberti crede di far cosa più degna, rimovendo ogni velo ed esponendoci arida scienza nel suo Dittamondo, Dicta mundi.

L’impressione non fu puramente letteraria. Ammiravano la forma squisita, ma tenevano il libro più che poesia. Vedevano là entro il libro della vita o della verità, e ben presto fu spiegato e comentato come la Bibbia e come Aristotile, accolto con la stessa serietà con la quale era stato concepito.

Oscurissimo in molti particolari, e per le allusioni po-