Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/276

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tino; c’è l’Italia che si sente ancora regina delle nazioni; ci è l’italiano che parla con l’orgoglio di una razza superiore, e ricorda Mario come se fosse vivuto l’altro jeri, e quella storia fosse la sua storia; ci è la viva impressione di quel mondo classico sul giovine poeta, che ivi trova i suoi antenati, e cerca di nuovo quell’Italia potente e gloriosa, l’Italia di Mario. L’orgoglio nazionale e l’odio de’ barbari è il motivo della canzone, lo spirito che vi alita per entro. Vi compariscono già tutte le qualità di un grande artista. La chiarezza e lo splendore dello stile, la fusione delle tinte, l’arte de’ chiaroscuri, la perfetta levigatezza e armonia della dizione, la sobrietà nel ragionamento, la misura ne’ sentimenti, un dolce calore che penetra dappertutto senza turbare l’equilibrio e la serenità e l’eleganza della forma, fanno di questa canzone uno de’ lavori più finiti dell’arte. L’Italia ha avuto il suo poeta; ora ha il suo artista.

In questa risurrezione dell’antica Italia è naturale che la lingua latina fosse stimata non solo lingua de’ dotti, ma lingua nazionale, e che la storia di Roma dovesse sembrare agl’italiani la loro propria storia. Da queste opinioni uscì l’Africa, che al Petrarca dovè parere la vera Eneide, la grande epopea nazionale, rappresentata in quella lotta ultima, nella quale Roma, vincendo Cartagine, si apriva la via alla dominazione universale. Questo poema rispondeva così bene alla coscienza pubblica, che Petrarca fu incoronato principe de’ poeti, ed ebbe tal grido e tali onori che nessun uomo ha avuto mai. Nuovo Virgilio, volle emulare anche a Cicerone, accettando volentieri legazioni che dessero occasione di recitare pubbliche orazioni. Scrisse egloghe, trattati, dialoghi, epistole, sempre in latino: lavori molto apprezzati da’ contemporanei ma tosto dimenticati, quando cresciuta la coltura e raffinato il gusto, parve il suo latino così barbaro, come barbaro era parso a lui il latino di Dante e de’ Mussati,