Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/277

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de’ Lovati, e de’ Bonati tenuti a’ tempi loro quasi redivivi Orazii e Virgilii.

Ma la lingua latina potea così poco rivivere come l’Italia latina. Il latino scolastico avea pure alcuna vita, perchè lo scrittore sforzava la lingua e l’ammodernava e ci mettea sè stesso. Ma il latino classico non potea produrre che un puro lavoro d’imitazione. Lo scrittore pieno di riverenza verso l’alto modello non pensa ad appropriarselo e trasformarlo, ma ad avvicinarvisi possibilmente. Tutta la sua attività è volta alla frase classica, che gli sta innanzi nella sua generalità, spoglia di tutte le idee accessorie che suscitava ne’ contemporanei, e dove è il più fino e il più intimo dello stile. Perciò schiva il particolare e il proprio, corre volentieri appresso le perifrasi e le circonlocuzioni, è arido nelle immagini, povero di colori, scarso di movimenti interni, e dice non quanto o come gli sgorga dal di dentro, ma ciò che può rendersi in quella forma e secondo quel modello: difetti visibili nell’Africa. Così si formò una coscienza puramente letteraria, lo studio della forma in sè stessa con tutti gli artificii e i lenocinii della rettorica: ciò che fu detto eleganza, forma scelta e nobile; maniera di scrivere artificiosa, che pare anche nelle sue canzoni politiche, come quella a Cola da Rienzo, opera più di letterato che di poeta, e perciò pregiata molto, finchè in Italia durò questa coscienza artificiale.

In verità il Petrarca era tutt’altro che romano o latino, come pur voleva parere: potè latinizzare il suo nome, ma non la sua anima. Lo scrittore latino è tutto al di fuori, ne’ fatti e nelle cose, è tutto vita attiva e virile; diresti non abbia il tempo di piegarsi in sè e interrogarsi. Al Petrarca sta male l’abito di Cicerone; anche i contemporanei a sentirlo battevano le mani e ridevano. Non sentivano l’uomo in tutto quel rimbombo ciceroniano. L’uomo c’era, ma più simile all’anacoreta e al santo