Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/86

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ma neppure alcuna imitazione. Tutto quel maraviglioso è riprodotto con quella stessa aridità e indifferenza, che senti nel Malespini, anche quando narra fatti commoventissimi, come la morte di Manfredi, o di Bondelmonte. Come l’uomo inculto parla assai meglio che non scrive, è a presumere che i novellatori raccontassero le loro favolette con una vivacità d’immaginazione e di affetto, che non trovi nei racconti e nelle cronache. Ci è una raccolta di novelle, detta il Novellino, che sembrano schizzi e appunti, anzi che vere narrazioni, simili a quegli argomenti che si dànno a’ giovanetti per esercizio di scrivere. Il libro fu detto fiore del parlar gentile: e veramente vi è tanta grazia e proprietà di dettato che stenti a crederlo di quel secolo, e sembrano piuttosto racconti rozzi e in voga raccolti e ripuliti più tardi. Ma se la lingua è assai più schietta e moderna che non è ne’ Conti di antichi Cavalieri e ne’ romanzi di quel tempo, e in tutti la stessa aridità. Ci è il fatto ne’ suoi punti essenziali, spogliato di tutte le circostanze e i particolari che gli dànno colore, e senza le impressioni e i sentimenti che gli dànno interesse. Pure, quando il fatto è semplice e breve, e non richiede arte, basta a conseguire l’effetto quella naturalezza e quel candore pieno di verità che è nel racconto. Eccone un esempio: «Leggesi del re Currado, padre di Corradino, che quando era garzone, si avea in compagnia dodici garzoni di sua etade. Quando lo re Currado favellava, li maestri che gli erano dati a guardia, non batteano lui, ma batteano di questi garzoni suoi compagni per lui. E quei dicea: perchè non battete me, chè mia è la colpa? Diceano li maestri: perchè tu sei nostro signore. Ma noi battiamo costoro per te, onde assai ti dee dolere, se tu hai gentil cuore, che altri porti pena delle tue colpe. E perciò si dice che lo re Currado si guardava molto di fallire per la pietà di coloro».