Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/87

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Se il romanzo e la novella non giunse ad esser popolare tra noi, e non divenne un lavoro d’arte, la ragione è che una materia tanto poetica si mostrò quando lingua e arte erano ancora nell’infanzia, e rimasa fuori della vita e dei costumi riuscì un frivolo passatempo, come fu della poesia cavalleresca. Trattata da illetterati questa materia non potè svilupparsi e formarsi, sopravvenuto in breve tempo il risorgimento dei classici e il rifiorire delle scienze, che trasse a sè l’animo delle classi colte. Quantunque chierico significasse ancora uomo dotto, e da’ pergami e dalle cattedre si parlasse ancora latino, ed in latino si scrivessero le opere scientifiche, già il laicato usciva dalle università vigoroso ed istrutto, con la giovanile confidenza nella sua dottrina e nella sua forza. Se il chierico tendeva a restringere in pochi la dottrina e farne un privilegio della sua milizia, lo spirito laicale tendeva a diffonderla, a volgarizzarla, a farla patrimonio comune. La libertà municipale, aprendo la vita pubblica a tutte le classi, costituiva in modo stabile un laicato colto e operoso, a cui non bastava più il latino, e che, formato nelle scuole, superbo della sua scienza, in quotidiana comunione con le altre classi, aveva già un complesso d’idee comuni, che costituivano la base della coltura. Erano nuove forze che entravano in azione e davano un indirizzo proprio alla vita italiana. A quella gente quei romanzi e quei racconti doveano sembrare trastullo di oziosi, spasso di plebe. Le idee religiose così come venivano bandite dal pergamo non doveano aver molta grazia a’ loro occhi; quella semplicità e rozzezza di esposizione dovea poco gradire a quegli uomini, che tutto codificavano e sillogizzavano. Certo non fu perciò estinta la razza dei novellatori e de’ predicatori; ma lo spirito della classe colta se ne allontanò, e i conti de’ cavalieri e le vite de’ santi rimasero occupazione di uomini semplici e inculti, senza eco e senza sviluppo. La società