Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/225

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più che nell’eroico, riesce nel grazioso, e se oggi alcuna cosa si legge pure di lui, sono alcune sue canzonette. Ma chi ricordi l’Aminta, giudicherà queste canzonette assai povera cosa. Anche il Gravina studiò alla greca semplicità, come medicina al secolo tronfio e manierato; e sforzandosi di esser semplice, riuscì insipido e volgare. Gli è che l’imitazione greca, dopo tanto latineggiare, era il naturale sviluppo di un fatto puramente letterario e meccanico, non animato da alcuna vita interiore di poeta o di secolo.

Un altro poeta eroico fu il senatore Vincenzo Filicaia, di cui rimangono le canzoni per la liberazione di Vienna. Prende volentieri accento di profeta, e si dà tutta l’apparenza di un sacro furore. Sembra non parli, ma canti, anzi urli, col pugno teso, gli occhi stralunati, gli atti convulsi. Ammassa esclamazioni, interrogazioni, ripetizioni, con un grande rimbombo di suoni e di frasi. Pomposa rettorica, nella quale si scopre la simulazione della vita. Non è in lui alcun sentimento del reale, ma un calore d’immaginazione, un orecchio musicale, ed una non mediocre abilità nella fattura del verso, che gli assegna un posto tra’ poeti di second’ordine.

Il Chiabrera e il Filicaia furono anche poeti nazionali. L’uno lamenta la vita molle de’ guerrieri italiani, o, com’egli dice, la leggiadria dell’italica gente:

                               E dove
Calzar potrassi una gentil scarpetta,
Un calcagnetto sì polito?
Lungo fora a narrar come son gai
Per trapunto i calzoni, e come ornate
Per entro la casacca in varie guise
Serpeggiando sen van bottonature.
Splendono soppannati i ferraiuoli
Bizzarramente; e sulla coscia manca
Tutti d’argento arabescati e d’oro
Ridono gli elsi della bella spada.