Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/257

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sinonimie, nihil-divinum a se alienum putat, e così borioso smontando dalla sua cattedra, come colui ha disposti i cieli, regolati i senati, domati gli eserciti, riformati i mondi, è certo che se non fosse l’ingiuria del tempo, farebbe con gli effetti quello che fa con l’opinione. O tempora! O mores! quanti son rari quei che intendono la natura dei participii, degli avverbii, delle congiunzioni!» Polinnio sarebbe immortale, se fosse in azione così vivo e vero, come è dipinto qui, ma l’artista è inferiore al critico, nè il Polinnio che parla è uguale al Polinnio descritto con così felice umore sarcastico. Polinnio sa a mente tutto quello che è stato scritto intorno alla materia, e tutto solo, ita inquam solus ut minime omnium solus, come fosse in cattedra, ti sciorina sulla materia una lezione, anzi, come dice lui, una nervosa orazione: «La materia dal Principe de’ peripatetici, non meno che dal Platon divino, or caos, or selva, or massa, or potenza, or attitudine, or privationi admixtum or peccati causa, or maleficium ordinata, or per se non ens, or per se non scibile, or per analogiam ad formam cognoscibile, or tabula rasa, or indepictum, or subiectum, or substratum, or substerniculum, or campus, or infinitum, or indeterminatum, or prope nihil, or neque quid, neque quale, neque quantum ― tandem femina vien detta, tandem, inquam, ut una complectantur omnia voculabula, foemina dicitur.» Ebbene, questa materia, che Polinnio per disprezzo chiama femmina, la causa del peccato, la tavola rasa, il prope nihil, neque quid, neque quale, neque quantum, è proclamata da Bruno immortale e infinita. Passano le forme; la materia resta immutabile nella sua sostanza. «La natura, variandosi in infinito, e succedendo l’una all’altra le forme, è sempre una materia medesima. Quello che era seme, si fa erba, e da quello che era erba, si fa spica, da che era spica, si fa pane, da pane chilo, da