Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/258

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chilo sangue, da questo seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavere, da questo terra, da questo pietra. Bisogna dunque che sia una e medesima cosa, che da sè non è pietra, non terra, non cadavere, non uomo, non embrione, non sangue, ma che dopo ch’era sangue, si fa embrione, ricevendo l’essere embrione, dopo ch’era embrione, riceve l’essere uomo, facendosi uomo.»

E poichè tutte le forme passano, ed ella resta, Democrito e gli epicurei quel che non è corpo, dicono esser nulla, per conseguenza vogliono, la materia sola essere la sustanza delle cose, e anche quella essere la natura divina, le forme non essendo altro che certe accidentali disposizioni della materia, come sostengono i cirenaici, cinici e stoici. Bruno avea dapprima la stessa opinione, diffusa già in molti contemporanei, soprattutto nei medici, parendogli che quella dottrina avesse fondamenti più corrispondenti alla natura, che quei di Aristotile. Cominciò dunque prettamente materialista; ma considerata la cosa più maturamente, non potè confondere la potenza passiva di tutto e la potenza attiva di tutto, chi fa e chi è fatto, la forma e la materia: onde venne nella conclusione esserci nella natura due sustanze, l’una ch’è forma, l’altra che è materia, la potestà di fare, e la potestà di esser fatto. Perciò nella scala degli esseri c’è un Intelletto, che dà l’essere a ogni cosa, chiamato dai pitagorici datore delle forme; un’anima e principio formale, che si fa ed informa ogni cosa, chiamata dai medesimi fonte delle forme, una materia, della quale vien fatta e formata ogni cosa, chiamata da tutti ricetto delle forme.

Quanto all’Intelletto, primo e ottimo principio, non possiamo conoscer nulla, se non per modo di vestigio, essendo la divina sostanza infinita e lontanissima da