Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/291

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    Credulo il proprio amor fe’ l’uom pensare
Non aver gli elementi nè le stelle
(Benchè fusser di noi più forti e belle)
4Senso ed amor, ma sol per noi girare:
    Poi tutte genti barbare ed ignare,
Fuor che la nostra, e Dio non mirar quelle:
Poi il restringemmo a quei di nostre celle;
8Sè solo al fine ognun venne ad amare.
    E per non travagliarsi il saper schiva;
Poi visto il mondo a’ suoi voti diverso,
11Nega la provvidenza o che Dio viva.
    Qui stima senno le astuzie; e perverso,
Per dominar fra nuovi Dei, poi arriva
14A predicarsi autor dell’universo.

Se tutt’i mali sono frutto dell’ignoranza, si comprende il suo entusiasmo per la scienza e per la sua missione. Il Savio è invitto, perchè vince, anche se tu l’uccidi:

     S’ei vive, perdi, e s’ei muore, esce un lampo
Di Deità dal corpo per te scisso,
Che le tenebre tue non han più scampo.

I guai più spandono suo nome e gloria, e ucciso è adorato per santo; nè è sventura ch’ei sia nato di vil progenie e patria; perchè illustra egli le sue sorti. Più è calpesto e più s’innalza:

E il fuoco più soffiato, più s’accende:
Poi vola in alto e di stelle s’infiora.

La sua vita è antica quanto il mondo:

     Ben sei mila anni in tutto io mondo io vissi:
Fede ne fan le istorie delle genti,
Ch’io manifesto agli uomini presenti
Co’ libri filosofici ch’io scrissi.

Il mondo è un teatro, dove le anime mascherate de’ corpi: