Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/300

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questo frà Paolo si crede men cattolico del Papa, anzi è lui che vuole una vera restaurazione cattolica, riconducendo la religione nella prisca sincerità e bontà, e rendendo possibile quella conciliazione fra tutte le confessioni, che dovea essere procurata, e fu impedita dal Concilio. Perciò chiama il Concilio l’Iliade del secolo per i mali effetti che ne uscirono, e la sua opera giudica non una riforma, ma una difformazione. Qual era la riforma da lui desiderata, traspare da’ concetti che attribuisce a quel buon papa di Adriano VI, uomo germano, e per tanto sincero, che non trattava con arti e per fini occulti, il quale confessava il male esser nato dagli abusi e dalle usurpazioni della monarchia romana: e prometteva piena riforma, quando anche avesse dovuto ridursi senza alcun dominio temporale, e anco alla vita apostolica.

Grande è in questo libro l’armonia tra il contenuto e la forma. Il concetto fondamentale del contenuto è questo, che come la verità è nella sostanza delle cose non nei loro accidenti e apparenze, così la religione ha la sua essenza nella bontà delle opere, e non nella osservanza delle forme o nelle concessioni e grazie pontificie, e parimente non è la diligente narrazione de’ peccati ma il proposito di mutar vita, che assicura efficacia alla confessione. Questo è lo stesso concetto dello spirito nuovo, che già adulto dalla moltiplicità delle forme e degli accidenti saliva all’unità e alla sostanza delle cose. È lo spirito che animava Machiavelli, Bruno, Campanella e Galileo e Sarpi, e che in questa storia penetra anche nella forma letteraria. Perchè qui la forma non è niente per sè e non è altro che la cosa stessa, liberata da ogni elemento fantastico e rettorico, è il positivo e il reale proprio l’opposto della letteratura in voga. Il Pallavicino, che per commissione della Curia scrisse una Storia del Concilio in confutazione di questa, dice: Il fuoco