Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/396

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a poco a poco nella ragione un pubblico accostumato alle iperboli, alle antitesi, ed al ridicolo del gigantesco e romanzesco.» Per sua ventura gli capitò una buona compagnia. «Ora, diceva io a me medesimo, ora sto bene, e posso lasciare il campo libero alla mia fantasia. Ho lavorato quanto basta sopra vecchi soggetti. Avendo presentemente attori che promettono molto, convien creare, conviene inventare. Ecco forse il momento di tentare quella riforma, che ho in vista da così lungo tempo. Convien trattare soggetti di carattere; essi sono la sorgente della buona commedia; ed è appunto con questi che il gran Molière diede principio alla sua carriera, e pervenne a quel grado di perfezione, che gli antichi ci avevano soltanto indicato, e che i moderni non hanno ancor potuto eguagliare.» Goldoni conosceva pochissimo Plauto e Terenzio; faceva di cappello a Orazio e Aristotele; rispettava per tradizione le regole; ma dice: «Non ho mai sacrificata una commedia che poteva esser buona ad un pregiudizio che la poteva render cattiva». Ciò che chiama pregiudizio, è l’unità di luogo. La sua scarsa coltura classica avea questo di buono, che tenea il suo spirito sgombro da ogni elemento che non fosse moderno e contemporaneo. Ciò ch’egli vagheggia non è la commedia dotta, regolata, letteraria, alla latina o alla toscana, di cui ultimo esempio dava il Fagioli, ma la buona commedia, com’egli la concepiva. «La Commedia essendo stata la mia tendenza, la buona commedia dee essere la mia meta.» E il suo concetto della buona commedia è questo: «Tutta l’applicazione che ho messa nella costruzione delle mie commedie, è stata quella di non guastar la natura.» Carattere idillico, superiore a’ pettegolezzi e alle invidiuzze provinciali del letterato italiano, pigliandosi la buona e la cattiva fortuna con eguaglianza d’animo, quest’uomo che visse i suoi bravi ottantasei anni, e morì a Parigi pochi anni dopo