Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/397

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il Metastasio morto a Vienna, dice di sè: «Il morale da me è analogo al fisico; non temo nè il freddo, nè il caldo, e non mi lascio infiammar dalla collera, nè ubbriacar dalla gioia». Con questo temperamento più di spettatore che di attore, mentre gli altri operavano, Goldoni osservava e li coglieva sul fatto. La natura bene osservata gli pareva più ricca che tutte le combinazioni della fantasia. L’arte per lui era natura, era ritrarre dal vero. E riuscì il Galileo della nuova letteratura. Il suo telescopio fu l’intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l’ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli volea proscrivere dall’arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il rettorico. Ciò che Molière avea fatto in Francia, lui voleva tentare in Italia, la terra classica dell’accademia e della rettorica. La riforma era più importante che non apparisse; perchè, riguardando specialmente la commedia, avea a base un principio universale dell’arte, cioè il naturale dell’arte, in opposizione alla maniera e al convenzionale. Goldoni avea da natura tutte le qualità che si richiedevano al difficile assunto: finezza di osservazione e spirito inventivo, misura e giustezza nella concezione, calore e brio nella esecuzione. La Mandragola, capitatagli ch’era giovanissimo, gli avea fatta molta impressione. Il Misantropo, l’Avaro, il Tartufo, le Preziose, e simili commedie di Molière compirono la sua educazione. Il fondamento della commedia italiana era l’intreccio; la buona commedia come la concepiva lui, dovea avere a fondamento il carattere. Voi avete la commedia d’intreccio; io voglio darvi la commedia di carattere, diceva Goldoni. E commedia di carattere era tirare l’effetto non dalla moltiplicità di avvenimenti straordinarii, ma dallo svolgimento di un carattere nelle situazioni anche più ordinarie della vita. Era tutt’un altro siste-

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