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| della rivoluzione di roma | 267 |
vostro vicario, riconducete tutti a più sani consigli, sicchè obbedienti a chi li governa, passino men tristi i loro giorni nell’esercizio dei doveri di buoni cristiani, senza di che non si può essere, nè buoni sudditi, nè buoni cittadini.
» Datum Romæ apud Sanctam Mariam Majorem die prima maii MDCCCXLVIII, Pontificatus nostri anno secundo.»
Pius PP. IX.[1]
Quest’atto diretto ai Romani dal loro padre e sovrano Pio IX, da quel padre e sovrano ch’erasi portato al sommo della glorificazione, quest’atto, diciamo, venne, appena affisso in alcuni punti della città, lacerato sfrontatamente e impunemente dagli uomini della rivoluzione; cosicchè pochissimi fra i Romani lo conobbero, tanto più che neppure venne inserito nella Gazzetta di Roma. Questa era la vantata libertà della stampa di quei tempi!.... E siccome non fu stampato nella tipografia camerale, sibbene nella stamperia segreta della segreteria di stato, così non se n’ebbe copia e non n’esiste esemplare veruno nell’archivio della tipografia della Camera apostolica. L’Epoca ed il Labaro lo riportarono per intero. Il Contemporaneo non ne dette che un cenno.[2]
La enormità dei fatti del 30 di aprile e del 1 di maggio fu tale, che lo stesso direttore di polizia, avvocato Giuseppe Galletti, richiamandosene, emise il 2 un indirizzo ai Romani, ove fra le altre cose leggevasi:
«Le temenze, le speranze, gli affetti che ingombrarono gli animi di questa città nei due giorni trascorsi, la commossero a molti atti, che comunque dettati da mire di cautela e di pubblica sicurezza, pure hanno nota di arbitrio: pe-