Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/100

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Il governo costituzionale piemontese non ebbe il coraggio, e forse neanco il volere di sanzionare tale principio, salvaguardia dell’onore nazionale presso i popoli. Epperò il reggente, giudicando pericoloso pubblicare la dichiarazione del duca del Genevese, richiese l’avviso di un consiglio cui presero parte tutti gli antichi ministri, e che di comune accordo deliberava si tenesse celata la dichiarazione, e frattanto esposto al re lo stato del paese e i desiderii del popolo, di nuovi ordini si scongiurasse: (Vedi Doc. M.) palliativa misura quale poteva aspettarsi da quella unione di uomini di così diverse opinioni, per cui cercando di combinare gl’interessi di due opposti partiti, si secondava l’indolenza di un governo già di per sè stesso inetto, irresoluto ed inclinato alla rea politica del guadagnar tempo, tanto fatale in momenti di rivoluzione che perde i popoli e chiama loro maledizioni sul capo di chi n’è autore o seguace.

Ma che stavano intanto facendo quei capi costituzionali, ardenti fautori della rivoluzione, che ora mostravano darsi poco o niun pensiero di tutelarne gli effetti? Trovavansi quasi tutti in Alessandria, intenti a preparativi di guerra, a provocar ordini dal governo, e talvolta, ove necessario credevanlo e possibile loro riusciva, a prevenirli. Ansaldi presidente della Giunta provvisoria, prodigava instancabile sue cure alla cosa pubblica. Niuno di essi erasi invogliato di correre a Torino nel momento in cui si componeva ed installava il nuovo regime, perocchè spogli di ogni ambizione di potere e di governo, non ane-