Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/89

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Si volle accreditare una voce sparsasi, fosse venuto in mente al re di percorrere le file dei soldati e di porsi alla lor testa per reprimere quei moti. Non v’ha dubbio che se il re fosse apparso in mezzo alla truppa ed al popolo, re italiano e costituzionale, ne avrebbe sperimentato la devozione e l’affetto; che se egli avesse poi comandato ai soldati di rispondere all’opinion pubblica colla sciabola e colla baionetta, egli si sarebbe avveduto al corrugarsi di lor fronti, che cuori di cittadino battevan sotto le assise del soldato. Ma Vittorio Emanuele non avrebbe mai pronunziato tal cenno; lo giuro per la bontà di suo cuore, per quella bontà che avrebbe fatto salva la patria, se un ostacolo non si fosse frapposto in quella coscienza di re, da niuno rischiarata su’ politici suoi doveri. E questo ostacolo istesso fia la più solenne giustificazione degli autori della Rivoluzion Piemontese agli occhi dell’Europa e della posterità. Il re di Sardegna avea impegnato sua fede con l’Austria, di non concedere mai al suo popolo liberali instituzioni: aveva dunque promesso di vedere i bisogni dei suoi sudditi e di non provvedervi, di ascoltare i loro voti, e non appagarli! Ed era un re codesto? No che non è re quel principe sul cui fronte sta impresso un tale marchio di servitù!

Il ministro degli esteri, marchese di San Marsano, era ritornato il giorno innanzi da Laybach. Sarà egli vero che abbia adoperato l’ascendente che avea sull’animo del re a distoglierlo dalle concessioni che stava per accordare al suo popolo? Non so se debba crederlo: so bene che l’onta di un tal procedere oscu-