Pagina:Storia delle arti del disegno II.djvu/156

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150 Progressi e Decadenza dell’Arte

§. 11. Tutto ciò si renderà più chiaro col dare una breve notizia dello stato in cui trovaronsi le arti in Roma ai tempi de’ re e della repubblica.

[Stato delle arti in Roma...
...sotto i re.]
§. 12. Egli è verosimile che sotto i re o ben pochi o fors’anche niun Romano vi fosse versato nelle arti del disegno, e particolarmente nella statuaria, poiché secondo le leggi di Numa, siccome avvisa Plutarco1, era vietato di rappresentare la divinità sotto umane sembianze; in guisa che per 160. anni dopo quel re pontefice, o come scrive Varrone2, nei primi 170. anni, non vidersi ne’ romani tempj statue o immagini degli dei. Dico ne’ tempj ove esposte stessero alla pubblica venerazione, e a i religiosi riti servissero, poiché v’erano in altri luoghi di Roma statue rappresentanti le divinità, come or ora dimostrerò.

§. 13. Serviansi i Romani nelle prime età di artisti etruschi, che erano in Roma allora ciò che poscia furono i greci, e lavoro di quelli fu la statua di Romolo rammentata nel


Lib. I.


    usando anche al bisogno la forza e la rapina. Questa premura però attribuir si dee piuttosto alla sfrenata loro passione per lo sfoggio e pel lusso, che a genio e gusto per l’arte, della quale, siccome pur degli artisti, ebbero sempre un basso concetto; anzi occupati nell’idea della lor potenza e grandezza, l’arte e gli artisti dispregiavano, Plin. loc. cit. Cicerone Tuscul. quæst. lib. 1. cap. 2., e Valerio Massimo lib. 8. cap. 14. diedersi a diveder animati contro Q. Fabio, uomo altronde d’un merito singolare, perchè abbia atteso alla pittura, studio sordido chiamata dal secondo de’ nominati scrittori [ Cicerone anzi biasima i Romani, che non abbiano data maggior lode a Fabio per l’arte, che professava; che così avrebbero anch’essi avuto i loro Parrasii, e Policleti. An censemus, si Fabio, nobilissimo homini laudi datum esset, quod pingeret, non multos edam apud nos futuros Polycletos, & Parrhasios fuisse? Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria. Fa però capire con quella maniera di parlare, che l’arte non era promossa, e onorata dai Romani. E ciò fa ben intendere anche in Verr. ast. 2. lib. 4. cap. 59., ove dice che il trasporto dei Romani per li monumenti dell’arte era ben leggiero in paragone di quello dei Greci, che era grandissimo, nimio opere ]. Da quello stesso disprezzo però de’ Romani per l’arte seppe Virgilio con impareggiabile finezza e maestria ricavar l’argomento della più bella lode che siasi mai data loro. Presso di lui Æneid. lib. 6. V. 848. seqq. così Anchise predice ne’ campi elisj al figlio Enea i futuri eventi:

    Excudent alii spirantia mollius æra,
    Credo equidem, vivos ducent de marmore vultus,
    Orabunt causas melius, cælique meatus
    Describent radio, & surgentia sidera dicent.
    Tu regere imperio populos Romane, memento
    (Hæ tibi erunt artes), pacisque imponere morem,
    Parcere subjectis, & debellare superbos.

  1. in Numa, op. Tom. I. pag. 65. C.
  2. Ap. s. Aug. De Civ. Dei. lib. 4. c. 31. Clem. Alessandr. Strom. lib. 1. cap. 15. oper. Tom. I. pag. 359., e presso Eusebio De præp. evang. lib. 8. cap. 6.