Pagina:Storia delle arti del disegno II.djvu/427

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dai tempi d’Adriano ec. 419

Claudio Gotico, la Grecia inondarono. Fu per tanto saccheggiata quella città; e narra Cedrano1 che i Goti avean ammassato un gran cumulo di libri per appiccarvi il fuoco, ma se n’astennero, pensando convenir loro che i Greci s’occupassero nelle lettere anzichè nelle armi2.

[... e a Roma.]

§. 9. Leggiamo altresì che misero egualmente fu il destino dei monumenti dell’arte a Roma, ove i Barbari, avendola conquistata più volte e saccheggiata, cospirarono per così dire, coi Romani, che fatti furibondi distruggeano que’ tesori che non hanno potuto finora riprodurre nè il tempo, nè la man dell’uomo, nè forse il potranno giammai. Il magnifico tempio di Giove Capitolino era già distrutto all’età di s. Girolamo3: e quando sotto l’impero di Giustiniano


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  1. Compend. hist. pag. 259. A. Tom. I.
  2. Avvenne alla Grecia tutta l’ultimo esterminio nell’anno 395;. dell’età volgare, quando Alarico re de’ Goti la spogliò di quanto vi era rimasto di più buono; ed essendo ariano portò l’ultimo tracollo alla religione de’ Gentili, e ne rovinò i tempj, che vi rimanevano. Zosimo lib. 5. cap. 5. pag. 511. vorrebbe eccettuarne Tebe perchè era ben munita, e perchè quel barbaro anelava di presto giugnere in Atene, che parimente dovè risparmiare con tutta l’Attica, perchè gli comparve Minerva, ed Achille a raffrenarlo. Ma a quella visione di Zosimo, anzichè di Alarico, contradicono apertamente altri scrittori contemporanei, che non ne eccettuano veruna città, e vi comprendono Atene in ispecie, come s. Girolamo nella lettera 60., scritta ad Eliodoro un anno dopo, oper. Tom. I. col. 343. num. 16., Claudiano in Ruffin. l. 2. vers. 186. segg., Eunapio De vit. philos. & soph. in Maximo, pag. 74., e in Prisco, in fine, pag. 94., Filostorgio Eccles. hist. l. 12. princ. Tom. iiI. pag. 543. num. 2. La citata lettera di Sinesio, e la 54. che contiene lo stesso sentimento, è stata scritta prima di questo disastro; nè egli dice tanto, quanto gli fa dire Winkelmann; scrivendo solamente, che Atene allora non era più la sede della filosofia; ma che le belle fabbriche erano ancora da osservarsi con ammirazione, come l’Accademia, il Liceo, e il Pecile, dal quale soltanto erano state tolte per ordine del proconsole le famose pitture di Polignoto, delle quali si è parlato nel Tom. I. pag. 257.: Inde translata philosophia restat ut oberrando Academiam, ac Lyceum mireris, atque etiam illam Porticum, a qua Chrysippi secta nomen accepit; quæ quidem minime nunc varia est; nam Proconsul tabulata sustulit, in quæ, artem omnem suam Polygnotus Thasius contulerat. Cosi scrive Sinedo nella lettera 135., e può vedersi il P. Cellier Hist. génér. des aut. sacr. Tom. X. chap. 13. §. 3. pag. 497. Probabilmente questi superbi edifizj non furono rovinati dal re goto, e duravano ancora colle pitture, che gli ornavano, dopo la metà del secolo seguente; come pare che si possa raccogliere da Sidonio Apollinare, il quale fioriva dopo la metà del secolo V., e l. 9. epist. 9. parla dell’Areopago, e del Pritaneo, ove erano dipinti molti filosofi con que’ simboli, e distintivi, che li caratterizzavano, e facevano distinguere gli uni dagli altri: Neque te satis hoc æmulari, quod per gymnasia pingantur Areopagitica, vel Pritaneum, curva, cervice Zeusippus, Aratus panda, Zenon fronte contraria, Epicurus cute distensa, Diogenes barba comante, Socrates coma candente, Aristoteles brachio exerto, Xenocrates crure collecto, Heraclitus fletu oculis clausis, Democritus risu labris apertis, Chrysippus digitis propter numerorum indicia constrictis, Euclides propter mensurarum spatia laxatis, Cleantes propter utrumque corrosis. I magnifici avanzi, che vi si veggono anche al di d’oggi, descritti dal le Roy, da Stuart, e da altri, ci fanno capire, che molte fabbriche siansi conservate intere, o quasi intere per lungo tempo dopo Alarico.
  3. Contra Jovin. l. 2. in fine, op. Tom. iI. col. 384. [ Non sono così chiare le parole