Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/267

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di   W i n k e l m a n n. 249

Poco dopo nello stesso sito è stata trovata una statua senza gambe, e braccia, e colla testa staccata. Subito ch’essa fu portata jeri l’altro a Roma, io n’ebbi la notizia dal ristoratore della Venere; noi due col padrone della statua an-

Tom. III. I i dam-


    Servilio Varia fece un plataneto nella sua villa vicina a Cuma, di cui parla Seneca Epist. 55.; di altro ne parla Petronio Satyr. pag. 44; Plinio il giovane Epist. lib. 1. epist. 3. nomina quello, che aveva nella sua villa a Como; e Vitruvio lib. 5. cap. 11. insegna, che nelle palestre, o luoghi di esercizio per gli atleti si facciano dei viali con platani, e sedili sotto di essi per riposarvisi. Su questi fondamenti possiamo credere con probabilità, che qualche cittadino romano erudito, seppur non era lo stesso Lucio Vero, di cui pretendesi la villa, ove fu trovato l’Erme, avesse fatto in essa un plataneto, per farvi adunanze poetiche, come dicemmo. Del che il Genio dà una prova col dirlo, parlando in versi, consecrato alle Muse, inoltrando i libri o reali, o scolpiti per simbolo su qualche cosa accanto ai platani; e ch’egli cogli altri Genj suoi compagni, come custodi del plataneto, se in esso mai vi capitava un genuino amatore, lo coronavano d’ellera; vale a dire, che lo ascrivevano fra i poeti, che aveano o il piacere, o l’onore di recitarvi. È noto, che la corona dei poeti si faceva con quella pianta, per testimonianza degli stessi poeti antichi, Virgilio Ecl. 7. vers. 25., Ovidio Amor. lib. 3. eleg. 9. vers. 61., Trift. lib. 1. eleg. 7. vers. 2., e Properzio lib. 2. eleg. 5. vers. 25. 26., che si può contrapporre al sentimento della nostra iscrizione:

    Rusticus hic aliquis tam turpia præmia quærat,
    Cujus non hederæ circumiere caput.


    Onde è che l’ellera sortì il cognome di poetica, come nota Brodeo al citato Teofrasto lib. 4. cap. ult. pag.276 Anche la Musa Calliope dallo stesso Ovidio Metamorph. lib. 5. vers. 337. si dice coronata di questa pianta. La forma dei caratteri dell’iscrizione quale si è descritta, ci si mostra del tempo degl’imperatori. Se non vogliamo crederla fatta in Grecia, potrà dirsi fatta in Roma, ove sappiamo da Giovenale Sat. 6. v. 185. segg., che era in moda la lingua greca, come le altre cose; siccome non può dubitarsi, che vi si facessero anche delle iscrizioni in quella lingua, tante delle quali si hanno presso i raccoglitori di esse; e celebre è in ispecie quella di Sesto Vario Marcello padre d’Eliogabalo, trovata vicino a Velletri nel 1764., ed ora custodita nel Museo Pio - Clementino, che è scritta in greco, e in latino, e oltre le Notizie letterarie di Firenze di quell’anno, Tomo XXV. col. 803. segg., Donati Suppl. inscr. class. 10. pag. 264. n. 1., e molti altri, che l’hanno pubblicata, e illustrata, si ha in una lettera di Winkelmann al signor Heyne in data dei 11. decembre 1764. par. I. pag. 147. Era peritissimo nella lingua greca M. Aurelio Antonino: literarum græcarum peritissimus, come scrive Aurelio Vittore nella di lui vita; e sì, che vi scrisse i suoi libri, che ci testano, scioccamente difesi contro ciò, che ne dice Winkelmann qui avanti Tom. iI. pag. 308, dal citato abate Bracci Tav. 3. pag. 17. not. 6., il quale se poco vede in antiquaria, nulla intende in gius naturale, e pubblico. Era versato in essa anche Lucio Vero di lui fratello adottivo, e con lui imperatore, avendo avuto per maestri Telefo, Efestione, e Arpocrazione, come narra Capitolino nella di lui vita, cap. 2.; e molto si dilettava di scrivere non solo in prosa, ma ancora in poesia, e di compor tragedie in ispecie, al dir dello stesso Vittore: carminum, maxime tragicorum, studiosus; al quale effetto dice Capitolino, che tenea tempre con se una turba di letterati, che lo aiutavano: siquidem multos disertos, & eruditos semper secum habuisse dicitur. Perciò non è improbabile, che in quella villa, supponendola sua, egli avesse formato un boschetto di platani, per farvi adunanze poetiche, e letterarie, e perciò dedicato alle Muse; accordandosi in tal maniera su questo, come nelle altre cose, e per educazione, e per politica al gusto di M. Aurelio, il quale eresse un Museo, o tempio alle Muse, nella città d’Antiochia, ricordato da Giovanni Antiocheno, cognominato Malala, Hist. chron. lib. 11. in fine, pag. 126.

    Numa Pompilio, secondo Livio lib. 1, cap. 8. n. 21., e Plutarco nella di lui vita, op. Tom. I. p. 68. D., dedicò alle Muse un boschetto (non di platani, che ancora non erano cogniti in questa città, ma di lauri, come scrive Sulpizia Satyr. vers. 67.) nella valle d’Egeria, ove è la Caffarella per la Via Appia, fingendo di avervi dei congressi con quelle; e che poi al tempo di Giovenale, che se ne lagna Satyr. 3. v. 16., veniva affittato agli Ebrei. Si ha notizia di un altro boschetto, e tempio dedicato alle Muse fuori della stessa Porta da Fulvio Nobiliore; ma osserva il Nardini Roma ant. lib. 3. cap. 2. pag. 65. col. 1., che non si può accertare, se questi rifacesse quello di Numa, o ne for-