Pagina:Storia di Milano I.djvu/245

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dall’imperatore in questo secondo blocco. Pretende quell’autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri, Federico facesse tagliar le mani. Nomina sei Milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell’anno 1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti all’estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro Calchi: Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus nurum, frater fratrem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il raccolto. Soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte; poichè le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all’imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi che l’armata imperiale, già da tre anni dimorante nell’Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare, o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de’ principi: essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi ad