Pagina:Storia di Milano I.djvu/267

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capo ottavo 243

misericordia. Siamo tutti d’accordo nell’asserire che l’imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella vôlta; che l’assedio di Alessandria fu sciolto; che s’aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l’imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto duranti i regni dei due ultimi cesari Lottario II e Corrado III: Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt; così impariamo da una carta pubblicata dall’esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l’imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne’ pascoli, nelle pescagioni, ne’ mulini, ne’ forni, ne’ banchi, ne’ macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l’imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l’armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl’Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que’ tempi, dice: Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter