Pagina:Storia di Milano I.djvu/281

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ciò la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d’un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, co’ nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza de’ Milanesi, nè essi ebbero mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite è possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l’insulto e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dirò già, che la vendetta sia lodevole; anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai, nè vi può essere, una nazione di magnanimi, o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili, e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e dirò che l’entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degl’insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l’immagine de’ beni e de’ piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, dimenticano l’offesa, perchè non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso che l’accusarci d’avere un maggior grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo