Pagina:Storia di Milano I.djvu/96

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72 storia di milano

propria, hoc est Teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equas caballitare, non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos praecipitabo. Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto alla vista del simulacro di Bruto. L’orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare; l’orgoglio de’ popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non fu nobile e generosa. L’arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, se non coll’averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non doveva simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, nè cercare l’assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che diradatamente l’abita; che l’essere domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all’equatore, non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all’altro col girare de’ secoli, e succedonvi la servitù, l’avvilimento e la miseria; e che niente è più meschino quanto l’odio nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui d’essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà sempre sconsigliato partito l’offenderla. I Romani non vollero lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si resero padroni della terra.