Pagina:Su la pena dei dissipatori.djvu/10

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varietà 287


Davanti alla evidenza del fatto, tutti gli sforzi del Pascoli si risolvono, sto per dire, in una bolla di sapone. La ginnastica, quasi dicevo l’acrobatismo intellettuale, che, su le tracce di Servio, fa il Pascoli, per giungere a stabilire l’equazione: Arpie-Furie; Furie-Cagne; ergo Arpie-Cagne, non conclude, troppo. Perchè, se non erro, altro è che le Furie sian chiamate talora dai poeti classici cagne, altro è che abbiano mai il corpo e la natura di vere e proprie cagne, quali Dante le descrive. Molto meno si posson dire cani simili a questi, i cani marini dei bucolici carmi. Tutt’al più si potrebbe pensare a una reminiscenza del "visaeque canes ululare per umbram" del VI dell’ Eneide; si potrebbe, dico, per quanto vago e scolorito sia l’accenno, se altre e ben più chiare fonti non ci si offrissero, dove non c’è bisogno di sofisticare, nè di forzare i raffronti.

Le fonti invero, anche antiche, non mancano: e già alcuno degli antichi commentatori pensò, che Dante avesse ricavato l’idea del supplizio dei dissipatori dalla favola di Atteone. Non a torto; perchè anch’io credo che, in più o men larga parte, si debba pure ammettere tale derivazione.

Pietro Alighieri, e Benvenuto, e gli altri, quando parlano del significato allegorico della narrazione d’Ovidio, non fanno che ripetere quel che da più tempo era stato affermato dai glossatori latini del poeta.

Tutti sanno con quale lavorìo di fantastiche interpretazioni il Medio Evo abbia travisato, come le opere degli altri poeti latini, le Metamorfosi ovidiane.

Ora il travestimento, sotto il quale si presentò a Dante il mito di Atteone, avvicina singolarmente l’una all’altra le narrazioni dei due poeti.

Scrive Fulgenzio "che Atteone fu uno che amò grandemente la caccia nella sua giovanezza; giunto poi all’età matura, e considerando i pericoli della caccia meglio, che non faceva in quegli anni focosi, non l’esercitava della maniera, ch’era accostumato di fare. Nondimeno ancorchè in quell’età fuggisse il pericolo delle cacce, non però lasciò l’affezione smisurata ch’ei portava ai cani; perchè pascendone gran numero, consumò tutte le sue facoltà; onde venne a dar materia alla favola, che narra ch’ei fu mangiato dai cani". Altri ad prodigos referunt, qui promi magis quam condi, impuros parasitos, prædatores ganeones et ollares amicos alunt; a quibus exhausti pereunt a re et spe bona. Altri infine ad alleatores perditus