Pagina:Su la pena dei dissipatori.djvu/19

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296 r. serra

Un insieme di ragioni, tenuissime in sè, ma, per chi le colga tutte, di evidenza invincibile, mi costringe a rigettar questa spiegazione.

Pensiamo un poco. Il Boccaccio dice che quel che egli narra avvenne proprio in Ravenna; attori ne furono personaggi ben noti, appartenenti a chiare famiglie, che duravano ancor nel Trecento, o s’eran spente da poco, e vivevano nella memoria: Nastagio degli Onesti, Paolo Traversari, Guido degli Anastagi. Teatro, una pineta folta ancor oggi di leggende: una città grande e famosa, non un borgo ignorato, e ben nota o visitata da molte genti.

Perchè avrebbe voluto il Boccaccio inventare tante cose, con tanta precisione di particolari, quando non aveva bisogno (bene avrebbe potuto allogare il fatto in altro paese qualunque, mal noto; o dirlo in modo che nessuno pensasse a riscontrarlo) di far ciò, e anzi la menzogna noceva all’efficacia artistica del suo racconto? O non è infinitamente più verisimile ch’egli riferisse semplicemente, ornandolo sì, ma non più, quel che aveva udito narrare in Ravenna, che ben conobbe, e vi più volte?

Oppose il Wesselofsky1 che a Ravenna non ci poteva esser la caccia selvaggia; a Ravenna furono i Goti, e ai Goti la leggenda mancava; chè non erano odinici. Io penso: cacciatore selvaggio fu spesso, già lo vedemmo, Teodorico; Teodorico di Verona, dicevano i poeti tedeschi, ma, in realtà, di Ravenna.

Di lui molti ricordi in Ravenna, molte leggende, perchè non anche questa, che s’impone subito alle fantasie, che lo mostra sotto le vesti del wilde Jäger? Se era la leggenda a Verona, i paesi non son mica segregati l’un dall’altro, che cosa c’impedisce di credere che Teodorico, vivo nella memoria dei Tedeschi, e dei Veneti, e dei Romagnoli, abbia servito di veicolo a far passare la leggenda dal Veneto in Romagna?

E si noti la luminosa coincidenza; a Verona Teodorico, cacciatore selvaggio, vaga per le selve, con un cavallo e un cane avuti dal diavolo, e dà la caccia alle ninfe2. Togliete il nome


    questa novella... ha manifestamente desunta la situazione principale dal cerchio dei suicidi di Dante».

  1. Prefazione alla Figlia del re di Dacia, pp. xli sgg.
  2. «Recepit a patre suo diabolo equum unum et canes..... per silvas adhuc de nocte venari dicitur, et persequitur nymphas»; vedi Graf, Roma, vol. II, p. 366.