Pagina:Su la pena dei dissipatori.djvu/8

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varietà 285

fu qui indeterminato: o meglio, si tenne pago della sola determinatezza artistica, nè altro curò. Le vorrei chiamare, queste cagne, col Pascoli, che dice di loro sol quel che Dante, credo, ebbe in mira: tormentatrici di un dato genere di peccatori; se non mi trattenesse il timore di sembrar di consentire a certe sue opinioni troppo originali.

Il Pascoli però su queste cagne ha trovato altro, che un epiteto; e occorrerà ch’io mi soffermi un poco su ciò, che egli in più luoghi ne dice.

Riassumo, con le sue stesse parole, il suo diffuso discorso. «I mostri infernali sembrano essere quei fantasmi (traccie lasciate nell’animo dalle passioni contrastanti), che, secondo Sant’Agostino, dobbiamo cancellare dalla memoria, per avere perfetta la vivificazione. Vero o no, son certo nemici. Nella loro classificazione è una riprova della concezione etica che il P. propone. Sono unicorpori fino a Dite (peccati dell’appetito), bicorpori nel primo cerchietto della malizia (incontinenza e malvolere), tergemini o tricipiti nel secondo e nel terzo (depravazione dell’appetito, del volere e dell’intelletto). Anche se le cagne, per quanto non sembri, non contraddicono a questa legge. Esse sono d’origine antica. Nella selva sono anche le Arpie. Ora Dante poteva credere con Servio e anche con Virgilio, che le Arpie (che tali sono nelle Strofadi) fossero Furie (nell’Averno). Servio stesso dice che le cagne ululanti al sopravvenir di Proserpina sono Furie; e che le Arpie sono Furie, e perciò cagne (così si chiamano presso gli Dei). E che le Furie si chiamino cagne attesta pur Lucano. Ora Dante ha fatto, ’in suo pensiero’, le nere cagne equivalenti alle Arpie. Ed egli pensava forse anche alle Scille biformi, che, nelle Bucoliche, lacerano coi cani marini gli spauriti navichieri. Timidi sono, i fuggitivi dissipatori. E così sarebbero anche, codeste cagne, biformi. Sicchè le nere cagne non contraddicono alla legge su esposta. La quale non poteva esser meglio significata che dai Centauri e dalle Arpie, che hanno umana una parte del corpo, eppure sono fiere e uccelli: così come la violenza ha comune coll’incontinenza il malvolere. E si può vedere che le nere cagne Dante non le ha meglio descritte, perché, infine, una parte umana difficilmente poteva loro concedere».1


  1. Sotto il Velame, Messina, 1900, pp. 354 sgg; La mirabile Visione, Messina, 1902, pp. 555, 564 e passim. Cito dal primo libro.