Pagina:Sulla reciproca influenza della libertà politica e dell'industria mecanica dei popoli.djvu/5

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e dell'industria mecanica dei popoli 275

Egizj ad Iside, moglie del loro Osiride; dai Cinesi al loro secondo imperatore Yao; dai Greci a Minerva; dai Lidj ad Aracne; e dai Peruviani a Mama Oella, moglie del loro fondatore Manco Capac.

Checchè ne sia di queste contradittorie tradizioni, certa cosa è che le arti più essenziali alla vita umana, come quella dell’agricultore, del muratore, del fabro ferrarjo, del falegname, e del sarto, sono antichissime; cioè di un’antichità di quattro mil’anni almeno. Uno degli argomenti di tale remota origine si trova dai moderni filologi nel confronto delle varie lingue indo-europee. Imperciocchè il nome dell’aratro e quel del frumento sono radicalmente i medesimi nella maggior parte delle lingue che si parlano o parlavano nell’Indostan, nella Persia, in Grecia, in Italia, in Germania, in Russia, insomma in quasi tutta Europa; donde argomentano con qualche probabilità, che l’aratro dev’essere stato inventato prima che queste, ora diversissime, nazioni si spartissero da un ceppo commune: il quale spartimento tiensi per fermo che sia avvenuto da due o tre mil’anni prima di Cristo.

Ma l’argomento più solido della grandissima antichità delle più capitali invenzioni mecaniche si trae dai monumenti dell’Etiopia e dell’Egitto. Le gigantesche rovine di Meroe, di Tebe, e di Menfi, il lago Meride, le Piramidi, gli Obelischi, i colossi di Oximandia e di Sesostri, la biblioteca publica eretta da Oximandia, e le iscrizioni e pitture trovate in questi monumenti, fanno fede che gli Etiopi e li Egiziani, due o tre mil’anni prima di Cristo, erano giunti ad un incivilimento superiore a quello a cui, mille anni dopo di Cristo, erano discesi l’Italiani, ed al quale ancor non era salita l’Europa settentrionale.

L’altera Babilonia divenne pure, in tempi da noi remotissimi, la sede di una splendida industria. Sussistono tuttavia li avanzi stupendi del suo osservatorio astronomico, dagli Arabi chiamato Birs-Nemrod, e da noi la torre di Babele. La Bibbia pone in bocca agli edificatori di quel monumento queste parole: venite, fabrichiamo una torre la cui cima tocchi il cielo. Ora si fa grave torto a quel venerando volume interpretandolo senza discernimento, secondo il crudo senso letterale. Un fanciullo od un mentecatto può credere alla possibilità di erigere una fabrica che tocchi il cielo: non vi può essere una società intera d’uomini capace di credere un tale assurdo. Li autori della torre di Babele non volevan dir altro che