Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/139

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dere anche il padre ch’era tanto meno importante. Dovevo far presto se volevo ancora trovarlo nel suo ufficio.

Guido continuava ad almanaccare quanta parte di un miracolo si potesse attribuire alla disattenzione di chi lo fa o di chi vi assiste. Io volli congedarmi e apparire almeno altrettanto disinvolto di lui. Da ciò provenne una fretta nell'interromperlo e nel lasciarlo molto simile ad una brutalità:

— Per me i miracoli esistono e non esistono. Non bisogna complicarli con troppe storie. Bisogna crederci o non crederci ed in ambedue i casi le cose sono molto semplici.

Io non volevo dimostrargli dell’antipatia tant’è vero che con le mie parole mi pareva di fargli una concessione, visto ch’io sono un positivista convinto ed ai miracoli non ci credo. Ma era una concessione fatta con grande malumore.

M’allontanai zoppicando più che mai e sperai che Guido non sentisse il bisogno di guardarmi dietro.

Era proprio necessario ch’io parlassi con Giovanni. Intanto m’avrebbe istruito come avrei dovuto comportarmi quella sera. Ero stato invitato da Ada, e dal comportamento di Giovanni avrei potuto comprendere se dovevo seguire quell’invito o non piuttosto ricordarmi che quell’invito contravveniva all’espresso volere della signora Malfenti. Chiarezza ci voleva nei miei rapporti con quella gente, e se a darmela non fosse bastata la domenica, vi avrei dedicato anche il lunedì. Continuavo a contravvenire ai miei proponimenti e non me ne accorgevo. Anzi mi pareva di eseguire una risoluzione presa dopo cinque giorni di meditazione. E’ così ch’io designavo la mia attività di quei giorni.