Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/145

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cia. Per bocca sua tutta la famiglia di cui essa era la rappresentante, mi faceva quella domanda.

Essa mi condusse al salotto ch’era immerso nell’oscurità più profonda. Arrivatovi dalla piena luce dell’anticamera, per un momento non vidi nulla e non osai movermi. Poi scorsi varie figure disposte intorno ad un tavolino, in fondo al salotto, abbastanza lontano da me.

Fui salutato dalla voce di Ada che nell’oscurità mi parve sensuale. Sorridente, una carezza:

— S’accomodi, da quella parte e non turbi gli spiriti! — Se continuava così io non li avrei certamente turbati.

Da un altro punto della periferia del tavolino echeggiò un’altra voce, di Alberta o forse di Augusta:

— Se vuole prendere parte all’evocazione, c’è qui ancora un posticino libero.

Io ero ben risoluto di non lasciarmi mettere in disparte e avanzai risoluto verso il punto donde m’era provenuto il saluto di Ada. Urtai col ginocchio contro lo spigolo di quel tavolino veneziano ch’era tutto spigoli. Ne ebbi un dolore intenso, ma non mi lasciai arrestare e andai a cadere su un sedile offertomi non sapevo da chi, fra due fanciulle di cui una, quella alla mia destra, pensai fosse Ada e l’altra Augusta. Subito, per evitare ogni contatto con questa, mi spinsi verso l’altra. Ebbi però il dubbio che mi sbagliassi e alla vicina di destra domandai per sentirne la voce:

— Aveste già qualche comunicazione dagli spiriti?

Guido, che mi parve sedesse a me di faccia, m’interruppe. Imperiosamente gridò:

— Silenzio!