Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/160

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Come osai di farlo davanti a gente che il mio violino conosceva? Pareva parlasse il mio violino che invano anelava alla musica e biasimasse l’altro sul quale — non si poteva negarlo — la musica era divenuta vita, luce ed aria.

— Benissimo! — dissi e aveva tutto il suono di una concessione più che di un applauso. — Ma però non capisco perchè, verso la chiusa, abbiate voluto scandere quelle note che il Bach segnò legate.

Io conoscevo la Chaconne nota per nota. C’era stata un’epoca in cui avevo creduto che, per progredire, avrei dovuto affrontare di simili imprese e per lunghi mesi passai il tempo a compitare battuta per battuta alcune composizioni del Bach.

Sentii che in tutto il salotto non v’era per me che biasimo e derisione. Eppure parlai ancora lottando contro quell’ostilità.

— Bach — aggiunsi — è tanto modesto nei suoi mezzi che non ammette un arco fatturato a quel modo.

Io avevo probabilmente ragione, ma era anche certo ch’io non avrei neppur saputo fatturare l’arco a quel modo.

Guido fu subito altrettanto spropositato quanto lo ero stato io. Dichiarò:

— Forse Bach non conosceva la possibilità di quell’espressione. Gliela regalo io!

Egli montava sulle spalle di Bach, ma in quell’ambiente nessuno protestò mentre mi si aveva deriso perchè io avevo tentato di montare soltanto sulle sue.

Allora avvenne una cosa di minima importanza, ma che fu per me decisiva. Da una stanza abbastanza lontana da noi echeggiarono le urla della piccola Anna.