Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/161

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Come si seppe poi, era caduta insanguinandosi le labbra. Fu così ch’io per qualche minuto mi trovai solo con Ada perchè tutti uscirono di corsa dal salotto. Guido, prima di seguire gli altri, aveva posto il suo prezioso violino nelle mani di Ada.

— Volete dare a me quel violino? — domandai io ad Ada vedendola esitante se seguire gli altri. Davvero che non m’era ancora accorto che l’occasione tanto sospirata s’era finalmente presentata.

Ella esitò, ma poi una sua strana diffidenza ebbe il sopravvento. Trasse il violino ancora meglio a sè:

— No — rispose, — non occorre ch’io vada con gli altri. Non credo che Anna si sia fatto tanto male. Essa strilla per nulla.

Sedette col suo violino e a me parve che con quest’atto essa m’avesse invitato di parlare. Del resto, come avrei potuto io andar a casa senz’aver parlato? Che cosa avrei poi fatto in quella lunga notte? Mi vedevo ribaltarmi da destra a sinistra nel mio letto o correre per le vie o le bische in cerca di svago. No! Non dovevo abbandonare quella casa senz’essermi procurata la chiarezza e la calma.

Cercai di essere semplice e breve. Vi ero anche costretto perchè mi mancava il fiato. Le dissi:

— Io vi amo, Ada. Perchè non mi permettereste di parlarne a vostro padre?

Ella mi guardò stupita e spaventata. Temetti che si mettesse a strillare come la piccina, là fuori. Io sapevo che il suo occhio sereno e la sua faccia dalle linee tanto precise non sapevano l’amore, ma tanto lontana dall’amore come ora, non l’avevo mai vista. Incominciò a parlare e disse qualche cosa che doveva essere come un