Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/214

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Copler, con un fremito di desiderio, pensai a tutte le donne che per lei trascuravo. Pensai alle donne che correvano le vie, tutte coperte, e dalle quali perciò gli organi sessuali secondarii divenivano tanto importanti mentre dalla donna che si possedeva scomparivano come se il possesso li avesse atrofizzati. Avevo sempre vivo il desiderio dell’avventura; quell’avventura che cominciava dall’ammirazione di uno stivaletto, di un guanto, di una gonna, di tutto quello che copre e altera la forma. Ma questo desiderio non era ancora una colpa. Il Copler, però, non faceva bene ad analizzarmi. Spiegare a qualcuno come è fatto, è un modo per autorizzarlo ad agire come desidera. Ma il Copler fece anche peggio, solo che tanto quando parlò, come quando agì, egli non poteva prevedere dove mi avrebbe condotto.

Resta così importante nel mio ricordo la parola del Copler che, quando la ricordo, essa rievoca tutte le sensazioni che vi si associarono, e le cose e le persone. Avevo accompagnato in giardino il mio amico che doveva rincasare prima del tramonto. Dalla mia villa, che giace su una collina, si aveva la vista del porto e del mare, vista che ora è intercettata da nuovi fabbricati. Ci fermammo a guardare lungamente il mare mosso da una brezza leggera che rimandava in miriadi di luci rosse la luce tranquilla del cielo. La penisola istriana dava riposo all’occhio con la sua mitezza verde che s’inoltrava in arco enorme nel mare come una penombra solida. I moli e le dighe erano piccoli e insignificanti nelle loro forme rigidamente lineari, e l’acqua nei bacini era oscurata dalla sua immobilità o era forse torbida? Nel vasto panorama la pace era piccola in confronto a tutto quel rosso animato sull’acqua e noi, abbacinati, dopo poco