Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/215

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volgemmo la schiena al mare. Sulla piccola spianata dinanzi alla casa, incombeva in confronto già la notte.

Dinanzi al portico, su una grande poltrona, il capo coperto da un berretto e anche protetto dal bavero rialzato della pelliccia, le gambe avvolte in una coperta, mio suocero dormiva. Ci fermammo a guardarlo. Aveva la bocca spalancata, la mascella inferiore pendente come una cosa morta e la respirazione rumorosa e troppo frequente. Ad ogni tratto la sua testa ricadeva sul petto ed egli, senza destarsi, la rialzava. C’era allora un movimento delle sue palpebre come se avesse voluto aprire gli occhi per ritrovare più facilmente l’equilibrio e la sua respirazione cambiava di ritmo. Una vera interruzione del sonno.

Era la prima volta che la grave malattia di mio suocero mi si presentasse con tanta evidenza e ne fui profondamente addolorato.

Il Copler a bassa voce mi disse:

— Bisognerebbe curarlo. Probabilmente è ammalato anche di nefrite. Il suo non è un sonno: io so che cosa sia quello stato. Povero diavolo!

Terminò consigliando di chiamare il suo medico.

Giovanni ci sentì e aperse gli occhi. Parve subito meno malato e scherzò col Copler:

— Lei s’attenta di stare all’aria aperta? Non le farà male?

Gli sembrava di aver dormito saporitamente e non pensava di aver avuto mancanza d’aria in faccia al vasto mare che gliene mandava tanta! Ma la sua voce era fioca e la sua parola interrotta dall’ansare; aveva la faccia terrea e, levatosi dalla poltrona, si sentiva ghiacciare. Dovette rifugiarsi in casa. Lo vedo ancora