Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/22

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— La mia eccitazione non è buona, — urlavo io. — Proviene dal veleno che accende le mie vene!

Il dottore mormorava con aspetto accorato:

— Nessuno è mai contento della sua sorte.

E fu per convincerlo ch’io feci quello ch’egli non volle fare e studiai la mia malattia raccogliendone tutti i sintomi: — La mia distrazione! Anche quella m’impedisce lo studio. Stavo preparandomi a Graz per il primo esame di stato e accuratamente avevo notati tutti i testi di cui abbisognavo fino all’ultimo esame. Finì che pochi giorni prima dell’esame m’accorsi di aver studiato delle cose di cui avrei avuto bisogno solo alcuni anni dopo. Perciò dovetti rimandare l’esame. E’ vero che avevo studiato poco anche quelle altre cose causa una giovinetta delle vicinanze che, del resto, non mi concedeva altro che una civetteria alquanto sfacciata. Quand’essa era alla finestra io non vedevo più il mio testo. Non è un imbecille colui che si dedica ad un’attività simile? — Ricordo la faccina piccola e bianca della fanciulla alla finestra: ovale, circondata da ricci ariosi fulvi. La guardavo sognando di premere quel biancore e quel giallo rosseggiante sul mio guanciale.

Esculapio mormorò:

— Dietro al civettare c’è sempre qualche cosa di buono. Alla mia età voi non civetterete più.

Oggi so con certezza ch’egli non sapeva proprio niente del civettare. Ne ho cinquantasette degli anni e sono sicuro che se non cesso di fumare o che la psicoanalisi non mi guarisca, la mia ultima occhiata dal mio letto di morte sarà l’espressione del mio desiderio per la mia infermiera, se questa non sarà mia moglie e se mia moglie avrà permesso che sia bella!